L’interprete

Eva annuì, prese fiato e ricominciò da capo. Giurò che avrebbe tradotto in modo fedele e coscienzioso tutti i documenti e le deposizioni in lingua polacca che sarebbero stati trattati durante il processo. Non avrebbe aggiunto né eliminato nulla… Alcuni degli imputati e i loro avvocati difensori la osservavano benevoli, perché era una donna giovane, in salute e con i capelli biondi; perché appariva educata e dignitosa nel suo accollato abito blu scuro e le scarpe basse.
Il nervosismo di Eva si attenuò un po’ e il suo sguardo cadde sulla mappa dietro il banco dei giudici. Ora che si trovava più vicina, riusciva a leggere le varie iscrizioni. Blocco 11. Stalag. Crematorio. Camera a gas. Arbeit macht frei, subito sotto.

Francoforte 1963 una domenica sera viene repentinamente proposto alla giovane Eva Bruhns, interprete dal polacco, di tradurre le carte di un processo. Eva si ritrova in una piccola stanza dove tre uomini sono in attesa e al suo arrivo, il più anziano e impettito è  Josef Gabor, colui che inizia a raccontare. Eva ascolta attentamente e con un quaderno e una matita prende appunti per poter tradurre fedelmente le parole di Josef Gabor. Le parole sono il racconto di tragici fatti accaduti nel 1941: di prigionieri asfissiati con il gas, di baracche e campi di reclusione. Eva traduce con difficoltà, per il dialetto polacco con cui si esprime Gabor e con un certo stupore per quei fatti mai conosciuti. La testimonianza apre un varco nella vita di Eva e il successivo incarico di interprete in un processo contro dieci nazisti diventa un vero e proprio spartiacque nella vita della giovane: un prima e un dopo. Prima ignara e poi consapevole delle atrocità naziste, prima giovane poi improvvisamente donna matura, prima fidanzata poi una sera l’anello di fidanzamento viene restituito, prima un mondo poi il crollo dello stesso, prima la serenità poi la scoperta della Shoah e dei crimini nazisti. Un romanzo che analizza il silenzio di una generazione nei confronti della generazione successiva, genitori che tacciono il loro passato nazista ai figli e figli che crescono sapendo che al limite quel passato riguarda qualcun’altro. Con una prosa lucida e impeccabile Annette Hess, ci consegna, attraverso un’accurata ricostruzione del processo di Francoforte, un autentico ritratto della Germania del dopo guerra, che ci mostra quando sia sottile la linea che separa l’accettazione dalla negazione. Un affresco storico complesso sulla tragedia tedesca e contro l’oblio.

Eva guardava incredula sua madre che si comportava da stupida, che non voleva capire. “Bambina mia! Ti stai comportando in modo…” iniziò a dire Ludwig.
” Ci tratti come se fossimo degli assassini” balbettò. Eva lo guardò, con la sua giacca bianca da cui sporgeva il tenero viso arrossato.
” Perché non hai fatto niente, papà? Avresti dovuto avvelenare tutti quegli ufficiali!” Edith stava per prendere la figlia per un braccio, ma lei indietreggiò.
” Eva gli avrebbero sparato. E a me. E a te e ad Annegret.” Il padre disse ” tesoro, non avrebbe avuto alcun senso; ne sarebbero arrivati di nuovi. Non immagini quanti ce ne fossero di quelli. Erano dappertutto.” Eva perse il controllo.
” Quelli? Chi sono quelli? E voi , cos’eravate voi? Voi ne facevate parte. Anche voi eravate quelli! Voi lo avete reso possibile. Voi non avete ucciso, ma lo avete permesso. Non so cosa sia peggio. Ditemi cos’è peggio?”

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